Du pain blanc et du chocolat narra due infanzie
Il 22 giugno scorso ho visitato il Musée de la Bande Dessinée di Bruxelles che ospita la mostra temporanea in onore dei 25 anni di attività della casa editrice belga L’employé du moi. Ho scoperto così il fumetto Du pain blanc et du chocolat di Pascal Matthey, appena pubblicato, ed è stato amore a prima vista. Il giorno dopo sono corsa ad acquistarlo alla fumetteria Moule à gaufres. L’ho letto poi tutto d’un fiato durante il viaggio di ritorno a Roma, in aereo.

Si tratta di un memoir con il quale l’autore porta avanti il proprio lavoro autobiografico avviato nel 2004 con Le verre de lait e proseguito nel 2007 con Pascal est enfoncé e nel 2016 con Les têtards. Per la prima volta però, a differenza delle opere precedenti, Du pain blanc et du chocolat non è un silent book, pur non essendo presenti dialoghi.
In effetti la singolarità di questo fumetto è insita proprio nel rapporto tra testo ed immagini. L’uno e le altre si sovrappongono e si alternano a creare una vera e propria storia polifonica di filiazione. Come in una polifonia musicale queste due voci sono assolutamente armoniche fra loro ma ciascuna segue una linea distinta, indipendente. Non coincidono quasi mai.

Il testo, inserito in riquadri rettangolari o in vignette dedicate, consiste nella voce dell’autore fuoricampo che testimonia un episodio intimo della propria famiglia. Pascal Matthey riporta i ricordi che sua madre gli raccontò della sua infanzia nella Germania del dopoguerra e la storia di un padre che incontrò quasi per la prima volta all’età di cinque anni.
Costretto ad arruolarsi nella Wehrmacht nel 1945, cercò a tutti i costi di evitare il combattimento. Nonostante tutto, fu fatto prigioniero dall’esercito britannico e mandato in un campo in Belgio, dove dovette lavorare nelle miniere di carbone. È una memoria necessariamente frammentata che si sovrappone o si alterna, anche fisicamente e graficamente, ai propri ricordi diretti.

È infatti nei disegni che Pascal Matthey inserisce le proprie intense memorie di bambino. Siamo tra gli anni Ottanta e i Novanta e Pascal di anni ne ha circa dieci, massimo dodici. Suo padre fa il militare e spesso è costretto a partire e ad allontanarsi dalla famiglia. Avviene anche al principio di un’estate, motivo per cui lui, sua mamma e suo fratello lasciano la Svizzera, dove abitano, per andare a trovare i nonni materni nella città tedesca di Marl, un centro chimico nella Renania Settentrionale-Vestfalia.
Così nelle vignette, tutte realizzate magnificamente a mina, in modo spesso molto realistico, preciso, matematico, ci sono lunghi viaggi in treno, partite di calcio con il fratello in giardino, pranzi in famiglia, peculiarità culturali tedesche. Traspare anche un po’ di noia, provata a tratti in questo e in altri suoi soggiorni oltre il Reno.

Scritto e illustrazioni veicolano dunque il racconto di due infanzie profondamente diverse tra loro. Le parole che descrivono la povertà della Germania nel primo dopoguerra, ad esempio, cozzano con i disegni del boom degli anni Ottanta, quando i centri commerciali erano pieni di ogni ben di Dio. Le differenze stridono, colpiscono, così come le associazioni mentali ed emotive. Ci sono almeno tre temi conduttori comuni nella narrazione, ad intonare e legare il tutto: il tema della guerra, dell’assenza e del ritorno.
In Du pain blanc et du chocolat la guerra occupa forse proprio il posto centrale. Viene evocata e descritta nei fatti e negli effetti pur non essendovi mai rappresentata espressamente. Un’idea intelligente, superba. A ottant’anni dalla Seconda Guerra mondiale, di fronte a conflitti che replicano la bestialità di allora, si impone il dovere della memoria. Pascal Matthey con questo stratagemma rende questo fumetto uno strumento potente, sconcertante.

È incredibile come un racconto che sostituisce il personale e il familiare al documentario possa avere l’effetto di un racconto collettivo. Stupisce anche come particolari minimi, dettagli quasi insignificanti riescano a commuovere così profondamente.
Un fumetto formidabile che necessita più di altri di una buona capacità di interpretazione delle immagini. Da leggere, rileggere, guardare e riguardare. Si noterà sempre qualcosa di nuovo. Spero vivamente che sia presto tradotto e pubblicato anche in Italia.

P.S. In tutto il fumetto tra mirabili paesaggi, architetture, giochi da tavola, oggetti amarcord, ho scovato 30 vignette in cui sono raffigurate unicamente cose circolari, o immagini inscritte in un cerchio… Ciclicità, ritorno, perfezione, completezza, infinito nel finito. È la vita.


