Mio caro fumetto... - YPJ in Io non sono Islam
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L’inferno di Islam Mitat “sposa dell’ISIS”

Il 19 settembre scorso è uscito nelle librerie per Magazzini Salani Io non sono Islam di Benedetta Argentieri, giornalista, reporter e regista, e Sara Gironi Carnevale, disegnatrice.

Racconta la storia vera di Islam Mitat, una giovane donna marocchina che, a 19 anni, desidera innamorarsi e vedere coronato il suo sogno di andare a Londra per studiare fashion design.

Islam vive a Oujda, una cittadina del Marocco orientale ai confini con l’Algeria, con la sua famiglia semplice e serena, come tante altre famiglie.

A lavorare è solo il papà, che fa il poliziotto, mentre la mamma è casalinga. Sono musulmani, ma assolutamente moderati, attenti sì alle tradizioni, ma lo stile di vita che conducono è moderno.

È con l’idea di rendere possibile il suo futuro che la ragazza si mette alla ricerca di un uomo attento, premuroso, che viva all’occidentale e che risieda all’estero. Come? Tramite il sito internet di incontri Muslima.com.

Ed ecco che compare Ahmed Khalil, afghano, con cittadinanza inglese. Sembra proprio che il suo profilo corrisponda a descrizione. Sposandosi con lui potrebbe andare a Londra, costruirsi una carriera e una famiglia tutta sua.

Per Islam innamorarsi e vedere materializzato il suo sogno è un attimo. I genitori sono dubbiosi, perché la figlia è troppo giovane e perché non si fidano fino in fondo di Ahmed. Cedono. È l’inizio della fine.

Nel 2014, dopo pochi mesi di matrimonio e di convivenza tra Dubai e l’Afghanistan, tra i due nascono le prime difficoltà e le prime incomprensioni. Islam comincia a nutrire qualche dubbio sul marito. Ma quando Ahmed prospetta a Islam un viaggio in Turchia, spacciato all’aeroporto come luna di miele, Islam è felice. La gioia dura poco. È un inganno.

La meta reale non è Istanbul ma la Siria e lo Stato Islamico. Ahmed aveva come fine personale di unirsi ai jihadisti e di divenire combattente di Daesh.

In Siria i due entrano in contatto con altri foreign fighters, uomini e donne. Ahmed inizia il suo addestramento.

Per Islam invece comincia un vero e proprio inferno da “sposa dell’ISIS”. Viene isolata dalla sua famiglia, privata di qualsiasi mezzo per comunicare con chi le vuole bene, costretta ad abitare in una casa insieme ad altre donne, spose di combattenti del Califfato. Fra loro anche le famigerate “gemelle del terrore”, due sorelle originarie di Manchester: Zahra e Salma Halane.

Ahmed muore dopo poco, coinvolto in una battaglia a Kobane, lasciando la moglie incinta del suo primo figlio. Questa morte determina un peggioramento delle condizioni di vita di Islam. L’incubo dunque continua.

Dapprima viene costretta a vivere con il cognato Walid e la sua famiglia ma, quando anche lui muore combattendo con l’ISIS, Islam finisce in una Madafa, una “Casa delle donne”, in attesa di una proposta di matrimonio.

Nel maggio del 2015 dà alla luce suo figlio Abdullah.

Successivamente le viene imposto un secondo marito, violento, che le proibisce anche solo di uscire di casa. Insieme si trasferiscono a Raqqa, la capitale del Califfato, seguendo la ritirata dell’ISIS. Islam riesce a sbarazzarsi di quest’uomo in un unico modo, facendosi ripudiare.

Non passerà molto tempo però prima che arrivi il terzo marito: un miliziano di origini australiane, un ex pugile professionista, Faisal Sahib. Sembrerebbe un uomo migliore rispetto ai precedenti.

La vita a Raqqa è comunque una vita di terrore e di stenti, a causa della guerra e della gente che li contorna.

In questo contesto nasce Maria, la secondogenita di Islam, amata molto anche dal padre.

Il desiderio covato a lungo di scappare e di liberarsi non si sopisce. Anche Faisal vorrebbe fuggire, consapevole dell’errore che ha commesso nell’unirsi ai miliziani. È troppo tardi. Inviato a combattere a Tabqa, muore.

Questa volta però Islam dispone della somma necessaria per pagare i trafficanti che la portano, insieme ai suoi due figli, a chilometri a piedi dalla meta: l’incontro con i curdi dell’Unità di Protezione delle donne (YPJ).

Dopo svariati interrogatori per verificare la veridicità dei suoi racconti e per i necessari controlli incrociati, Islam è finalmente libera.

Si concludono così tre lunghi anni di vita sotto la Sharia, vittima della brutalità, testimone di violenze inaudite nei confronti di altre donne, in particolare di una schiava yazida, e degli “empi”, oltre che degli orrori della guerra.

È maggio del 2017 quando Benedetta Argentieri la incontra in Siria, a Qamishli. Il futuro per lei è ancora incerto ma quel che le  basta è che siano realmente al sicuro Abdullah e Maria, che sono la sua unica ragione per andare avanti.

Servizio della CNN su Islam Mitat del 25 aprile 2017

La parte grafica del libro gioca tutto sul nero e sul bianco, con qualche tocco di rosso qua e là. La predominanza di nero ritengo sia una scelta dettata dall’intento di rendere la sensazione di angoscia e di cupo terrore vissuta dalla protagonista. Il rosso serve invece per evidenziare la crudeltà degli sguardi, il sangue, le ferite, il fuoco ed altri particolari.

I disegni mi hanno fatto pensare per certi versi a Persepolis, per altri a Maus di Art Spiegelman. Sara Gironi Carnevale raffigura i foreign fighters, se uomini, come cani/lupi (d’altra parte vengono definiti “cani sciolti” o “lupi solitari”), se donne, come felini. Il trafficante che compare nel finale ha le fattezze di un rettile. La bestialità del male la si identifica a primo impatto.

Bello anche il gioco di parole del titolo. Io non sono Islam perché la Islam Mitat descritta nel libro è una donna a cui è stata tolta ogni libertà, annullata, che deve ricominciare a vivere e a ricostruire la sua esistenza da zero, ma anche perché l’ISIS non è l’Islam, e non lo rappresenta.

Una graphic novel sintetica, efficace, toccante, importante da leggere anche visti gli sviluppi politici e militari di stringente attualità.

Cosa stia succedendo negli ultimi giorni nel nord est della Siria è sotto gli occhi di tutti. Trump si è defilato, lasciando il campo aperto alla Turchia di Erdogan che ha già cominciato a bombardare. E a farne le spese, come sempre, sono il popolo curdo, unico baluardo contro l’Isis, e i civili. E l’Europa che fa? Ad oggi non trova di meglio che rimanere a guardare.

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