Mio caro fumetto... - Nel carcere di Diyarbakir, la Prigione numero 5, ci sono donne e bambini
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Prigione numero 5 e l’arte resistente di Zehra Doğan

L’opera di Zehra Doğan Prigione numero 5 è un graphic memoir, un diario, una testimonianza autobiografica necessaria, esempio estremo e potentissimo di graphic journalism. Pubblicata il primo aprile 2021 da BeccoGiallo è la storia della resistenza personale dell’autrice e dell’intero popolo curdo.

Mio caro fumetto... - Copertina di Prigione numero 5 di Zehra Doğan pubblicato da BeccoGiallo

È il 21 luglio 2016 quando, a seguito del fallito golpe militare che voleva rovesciarlo, il “dittatore democratico” Recep Tattoo Erdoğan dichiara lo stato di emergenza in Turchia. Ne conseguono repressione, arresti, epurazioni, censura e distruzione. Zehra Doğan, giornalista curda di nazionalità turca nata il 14 aprile 1989, in quei giorni lavora a Nusaybin, una città a poca distanza dal confine con la Siria. Abitata prevalentemente dalla minoranza curda, Nusaybin viene rasa al suolo dall’esercito fedele al presidente.

Lo sdegno, la rabbia e il dolore di Zehra Doğan di fronte alla devastazione si tramutano in un disegno. Eseguito sulla sua tavoletta grafica a partire da una foto, raffigura le macerie su cui sventolano le bandiere turche. Postato su Twitter, diviene subito virale: arte di denuncia.

Per il regime è un atto di accusa. L’incriminazione per propaganda terroristica fa sì che a luglio 2016 Zehra Doğan varchi i cancelli del carcere di Mardin per 141 lunghi giorni di custodia cautelare. Trascorso questo periodo, la prima udienza e il rilascio sotto sorveglianza giudiziaria fino alla sentenza.

A marzo del 2017 il processo finisce con la condanna definitiva. Zehra Doğan intanto vive in clandestinità a Istanbul. Viene arrestata il 12 giugno del 2017 durante un controllo di routine. Sconta la sua pena prima a Diyarbakir (Amed), nella Turchia orientale, e poi dal 23 ottobre 2018 nel penitenziario militare di massima sicurezza di Tarso, a circa 500 km di distanza. In tutto trascorre reclusa 2 anni, 9 mesi e 22 giorni. La scarcerazione il 24 febbraio del 2019.

Mio caro fumetto... - L'ingresso di Zehra Doğan a Diyarbakir per propaganda terroristica

In carcere Zehra Doğan, oppressa e privata della libertà, sente il bisogno di disegnare, di dipingere ed esprimere il suo pensiero. Non poterlo fare per lei sarebbe stata una tortura. Mentre con difficoltà si adatta alla vita da segregata, trova il modo di aggirare i divieti. La sua sarà una produzione tanto prolifica quanto pericolosa, proprio perché clandestina. Un’alta forma di resistenza.

Lavora disegnando sulle pagine dei quotidiani, su pezzi di cartone, sulla carta metallica dei pacchetti di sigarette, persino sugli asciugamani, le lenzuola e i vestiti che la madre le portava nelle poche visite concesse. Crea opere d’arte che, una volta terminate, escono fuori dal carcere in mezzo ai panni sporchi, una dopo l’altra, con l’aiuto e il sostegno di una rete di persone.

Come i supporti, ovviamente anche gli strumenti di lavoro e i pigmenti sono di fortuna. Pennelli ricavati da piume di uccelli, dai propri capelli e da quelli delle altre compagne. Colori ottenuti con mozziconi di matita, pennarelli, vernici clandestine, ma anche tè, caffè, succo di melograno, di mirtillo, di mandarino, curcuma, avanzi di cibo, cenere di sigarette, persino sangue mestruale ed escrementi di uccelli. Qualsiasi materiale recuperabile allo scopo diviene terreno fertile e mezzo per la sua personale determinazione, per la sua resistenza.

«Materie prime e tecniche che utilizzo ancora oggi. Difficoltà, divieti, pressioni e scarsità di risorse mi hanno stimolato nella mie ricerca, influenzando inevitabilmente tutto ciò che utilizzo nel mio lavoro. Le mie creazioni continuano a prender forma dalla mia esperienza di vita».

Zehra Doğan nei mesi di detenzione preventiva a Mardin non ha perso lo spirito nemmeno per fare giornalismo. In collaborazione con le sue compagne crea un giornale che si intitola Özgür Gündem Zindan. Il primo numero esce il 12 settembre 2016. È di otto pagine e affronta notizie su donne, politica, attualità, cultura, arte, ecologia. Una pagina è in curdo. L’Özgür Gündem, cui fa riferimento, era invece un quotidiano curdo prodotto a Istanbul fino ad agosto del 2016, e poi chiuso dal governo.

Nel settore BK-4 della prigione di Diyarbakir, chiamata anche Prigione numero 5, Zehra Doğan continua la sua impresa di resistenza artistica e di testimonianza. Diyarbakir non è un carcere qualsiasi. È un luogo di orrore e di violenza in cui i detenuti patiscono per la privazione dei minimi diritti, storicamente e ancora oggi. Qui Zehra Doğan inizia il suo diario e documento di vita quotidiana, che ha la forza di una sconvolgente fotografia.

Mio caro fumetto... - Zehra Doğan a Diyarbakir

Riesce grazie all’amica Naz Öke, redattrice del webzine Kedistan che giorno dopo giorno le scrive lettere su fogli di carta kraft, avendo l’accortezza di lasciare intonso il verso. Su quello, a matita carboncino, pennarelli e penna a sfera rossa, descrive gli ambienti del penitenziario e le persone con le quali condivide spazi angusti e disumani. Sono prigioniere politiche di tutte le età: mamme, mogli, figlie, nonne. Nella cella assieme a loro c’è anche un bambino piccolo, detenuto insieme a sua madre.

Racconta una vita fortemente solidale e di comunità, autogestita ed autorganizzata. Il tempo è scandito dalle incombenze ma non mancano le ore da riempire di confidenze, con la lettura dei giornali e le discussioni sulle notizie e i fatti di attualità più rilevanti. Ogni gesto, anche quello più semplice, è un éscamotage per farsi forza, per sentirsi vive e andare avanti, mantenendo il più possibile il contatto con la realtà esterna. La testimonianza di Zehra Doğan colpisce non solo per l’estrema crudezza, ma perché non è frutto di una rielaborazione a posteriori.

Mio caro fumetto... - La vita comunitaria e solidale delle donne recluse a Diyarbakir

Tutti i suoi Xêzên Dizî, i “Disegni Nascosti” oggi raccolti nel libro Prigione numero 5, sono dolorose istantanee realizzate durante la detenzione a Diyarbakir e Tarso. Alle raffigurazioni si affianca il testo, in curdo kurmancî, in uno stile che ricorda la forma narrativa dengbêj. Si tratta di un’antica tradizione orale popolare nella società curda per tramandare valori, contenuti storici, sociali e culturali attraverso le generazioni. Un modo inoltre per mantenere viva una lingua per lo più non scritta.

In Prigione numero 5 il flusso di coscienza che mostra la quotidianità nel carcere, fa da introduzione ad una storia collettiva. È la storia del popolo curdo e della rivoluzione, ripercorsa a partire dal 1980. In quegli anni migliaia di persone sono passate per Diyarbakir, vittime di torture, stupri, bestialità. Lo documenta anche Muzaffer Ayata, membro fondatore del comitato centrale del PKK, in uno dei libri che Zehra Doğan e le compagne leggono di nascosto:

Mio caro fumetto... - Le torture nella Prigione numero 5 di Diyarbakir

«I detenuti venivano lasciati sospesi per ore. Dopo aver gettato loro addosso acqua ghiacciata, era il turno delle manganellate. Torturati con scariche elettriche, costretti a cantare marce turche, a recitare poemi che inneggiano alla turchicità, a camminare sul sale con i piedi pieni di tagli, a ingerire feci, saliva, muco, vomito. Esseri umani che per anni sono stati rinchiusi in celle in cui non entrava nemmeno un raggio di luce».

Muzaffer Ayata, Diyarbakir Zindanlari, voll. 1 e 2 (Aram Yayinlari, 2011). Non tradotto in italiano.

Quel che non ha potuto la ferocia umana, in tanti casi l’ha compiuto la tubercolosi, unita alla mancanza di qualsiasi assistenza medica. In centinaia non ce l’hanno fatta e sono usciti da quelle celle non sulle loro gambe, ma da morti. La lista dei loro nomi occupa diverse pagine di Prigione numero 5. Un elenco di certo incompleto ma che rende questo graphic memoir un omaggio perenne alla resistenza e un inno fondamentale alla libertà.

Mio caro fumetto... - Diyarbakir, la Prigione numero 5, è un luogo di torture e di morte

I disegni del diario inizialmente ci fanno conoscere donne forti, dalle espressioni profonde e dolci. Donne che hanno saputo ritagliarsi spazi di serenità, nonostante tutto. Sfogliando le pagine le tavole si riempiono di visi che sono maschere di dolore e di corpi, manifestazione dello strazio, percossi, martoriati e smembrati. Guardando si sentono urla atroci e agghiaccianti, gemiti, lamenti, il rumore osceno degli assassini, il silenzio assordante della morte e dell’indifferenza.

Ed è questa indifferenza che gli Xêzên Dizî di Prigione numero 5 hanno combattuto fin da principio evadendo, come le altre opere di Zehra Doğan. Eccetto l’ultima tavola (pagina 116), passata al vaglio della Commissione di censura della prigione di Tarso, che vi ha apposto il suo timbro, le altre 102 foriere di idee sono sfuggite a qualunque tipo di controllo.

«Le idee non possono essere prigioniere. Trovano la loro strada, scivolano dentro le fessure, attraversano le finestre con le sbarre e le crepe dei muri. Evitano agili il filo spinato. Raggiungono l’esterno della prigione come rami d’edera».

Mio caro fumetto... - L'ultimo degli Xêzên Dizî di Zehra Doğan, l'unico passato al vaglio della censura

Una volta libere, hanno informato il mondo e denunciato. Oggi che lo è anche Zehra Doğan, continuano a farlo esposte nelle mostre ed entrando nelle nostre case custodite in un libro.

Prigione numero 5 è un volume straordinario che sorprende per la fedeltà all’originale, dalla scelta della carta per la stampa fino al lettering. Quest’ultimo, tracciato a mina, riproduce con estrema accuratezza la forma e il ductus della grafia dell’archetipo curdo. Qua e là vengono imitate anche le cancellature e le macchie che la grafite produce sulla carta quando accidentalmente ci si passa sopra la mano.

In copertina un uccello con il corpo femminile: un soggetto che Zehra Doğan ha eseguito più volte su supporti differenti. Spesso, come in questo caso, è vergato in rosso con una penna a sfera. Compare anche nel disegno che conclude l’opera. Qui, con l’ala impigliata nel filo spinato, dà modo di riflettere su quanto per Zehra Doğan sia stata lacerante anche la riconquistata libertà.

Difficile uscire, lasciando le proprie amiche in prigione. Triste dover abbandonare la propria terra e i propri cari per un esilio nomade europeo. Proseguire la propria lotta insieme a quanti l’avevano sostenuta da detenuta e alle tante nuove conoscenze, l’ha fatta sentire meglio ma non ha cancellato i sensi di colpa.

Mio caro fumetto... - Zehra Dogan e Nêrîn (Guarda) opera su tappeto, acrilico, pennarello, pastello in polvere, 240 x 155 cm. Luglio 2020, Angers, Francia. Galleria Prometeo, Milano. Collezione privata.
fonte: BeccoGiallo

Zehra Doğan sogna tempi migliori per sé, per la Turchia e per il popolo curdo: «Le monde auquel nous aspirons verra le jour». Tuttavia, se Nous aurons aussi de beaux jours è l’evocativo titolo della raccolta di lettere scritte a Naz Öke durante la carcerazione (Éditions des Femmes, 2019), suo malgrado lei è ancora ferita nell’anima e impigliata in quel filo spinato.

Oggi, come durante la detenzione, produce arte non con l’intenzione di svolgere un lavoro politico, non per scelta o per sensibilizzare, di certo non per comodo o per fama, ma per ciò che ha vissuto: vittima della guerra e trasformata dalla violenza subita, alla quale ha dovuto rispondere e reagire.

Se le sue esperienze fossero state differenti lo sarebbe stata anche sua arte. In definitiva, è l’artista secondo la definizione di Picasso, una delle sue fonti d’ispirazione per Zehra Doğan:

«Allo stesso tempo, un essere politico che vive costantemente nella consapevolezza degli eventi mondiali strazianti, scottanti o dolci e che si forma a loro immagine. Come sarebbe possibile disinteressarsi degli altri esseri umani e rinchiudersi in una torre d’avorio, indifferenti a quella vita offerta in maniera cosi abbondante? No, la pittura non è stata inventata per decorare appartamenti. Essa è uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico».

Un baluardo di libertà, prorompente mezzo di comunicazione che smuove le coscienze emozionando, inducendo a riflettere e insegnando.

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