Mio caro fumetto... - primo piano di Takoua Ben Mohamed all'evento del 27 Luglio 2019 sulla terrazza di Héco a Trastevere
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Un sabato sera con Takoua Ben Mohamed

Sabato 27 luglio 2019 alle ore 19.30 sulla terrazza di HÉCO a Trastevere, l’Associazione Artwave ha organizzato un talk-aperitivo con Takoua Ben Mohamed, nata a Douz in Tunisia nel 1991, romana di adozione dal 1999 («sono una tunisina de’ Roma»), autrice di Sotto il velo (2016) e de La rivoluzione dei gelsomini (2018), editi da BeccoGiallo.

L’aperitivo letterario è stato condotto e moderato da Cristina Cassese, insegnante, specializzata in antropologia e in laboratori didattici su temi afferenti all’intercultura, all’educazione alla relazione di genere, e agli stereotipi sull’alterità.

Purtroppo il pubblico non era molto, ma questo non ha impedito all’incontro di svolgersi in maniera più che piacevole. Si è creata facilmente una bell’atmosfera di ascolto e di vicinanza.

Takoua Ben Mohamed con grande simpatia ha raccontato di sé, della propria esperienza personale e lavorativa e dei propri libri.

Ha condiviso i suoi ricordi d’infanzia in Tunisia e del suo arrivo nel 1999 a Roma. Qui, a otto anni, raggiunge e conosce per la prima volta il papà, rifugiato politico.

Ha parlato dei suoi primi anni di vita in Italia (abitava a Valmontone, vicino Roma). Ha spiegato cosa abbia voluto dire trovarsi improvvisamente in una realtà del tutto nuova, dovendo imparare una lingua ex novo e dovendo nel frattempo già frequentare la scuola.

Sempre con ironia e un grande sorriso sul volto ha ricordato gli insulti e i pregiudizi di cui è stata vittima, soprattutto dopo l’11 settembre del 2001 (quando ormai risiedeva con la famiglia a Roma città, in zona Centocelle).

Ha sviscerato con il pubblico le ragioni della sua libera scelta di portare il velo, decisione che ha incontrato la resistenza da parte dei genitori, soprattutto del papà, consapevole delle difficoltà a cui la figlia sarebbe andata incontro giornalmente per farsi accettare e rispettare. La prima volta che l’ha indossato aveva 11 anni e la prima reazione è stata quella di un bambino della sua età:

«“Talebana! Terrorista!”, “Che vuol dire?” “Non lo so!”, “Nemmeno io, perché io sono tunisina…”»

dai racconti di Takoua Ben Mohamed

Proprio quelle parole e quelle discriminazioni sono state per lei un mezzo per capire meglio chi fosse, per approfondire con i genitori diversi aspetti legati alla propria cultura, alla propria religione e per rafforzare la propria identità e il proprio carattere.

Ci ha fatto sorridere e pensare con gli aneddoti legati all’adolescenza e alla condivisione del banco di scuola con un ragazzo di estrema destra. Un banco diviso a metà con una riga: nella sua metà i disegni che amava tanto fare e in quella del vicino una grande svastica.

Un compagno “scomodo” che poi le si è avvicinato quando ha scoperto che in quartiere lei era stata oggetto di vessazioni a causa del velo.

Tutte queste esperienze hanno portato Takoua Ben Mohamed ad aprire un blog dedicato all’intercultura e al dialogo a soli 14 anni. In questo si impegna ancora oggi e di questo ha riempito i suoi libri, la sua attività di graphic journalist e di attivista.

Di intercultura Takoua Ben Mohamed parla anche ai ragazzi quando viene invitata nelle scuole. Con loro, ma non solo con loro, Sotto il velo si rivela una potentissima arma, sia per far luce sulla quotidianità di chi porta il velo, sia per combattere i pregiudizi con una risata.

Senza alcun dubbio i pregiudizi su chi indossa il velo li ha chi, non musulmano, non ne comprende il significato. Chi invece ha pensato che gli stessi pregiudizi, ma al contrario, li ha anche il musulmano integralista che considera l’hijab “troppo poco”?

È interessante e molto maturo da parte di Takoua Ben Mohamed sottolineare che i preconcetti e gli stereotipi vivono anche nella mente di chi normalmente ne è vittima. Altro non è che una reciprocità errata.

Takoua ammette ad esempio di essersi sentita osservata e di aver pensato con fastidio che dipendesse dal velo, quando invece la persona la guardava perché attratta da tutt’altro, tanto da farle un complimento.

L’unico modo per liberarsi da questa spirale, dal circolo vizioso, è attraverso l’ascolto e il dialogo.

Al momento del dibattito non mi ha stupito che le domande fossero incentrate proprio sul velo e sono state domande da donna a donna.

La conclusione migliore che ho tratto dalla serata è stato il rafforzamento di una mia convinzione. Le donne, proprio le donne, devono imparare ad ascoltarsi, conoscersi, dialogare, fare squadra e lavorare insieme per i medesimi obiettivi. Di certo se fossero in grado di fare leva su quello che hanno in comune, e sapessero davvero rendere le loro differenze una ricchezza, potrebbero essere volano di un cambiamento generale di prospettiva per un mondo giusto, libero e armonico.

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